Somma Vesuviana. E’ venuto a mancare all’età di 84 anni l’amico e compagno Pasquale Di Palma, più noto ai Sommesi con il soprannome di “Pascale ‘o comunista”. In passato è stato segretario della sezione PCI, consigliere comunale e capogruppo, candidato (senza essere eletto ma con grande successo personale) alla Provincia di Napoli e alla Camera dei Deputati, distributore domenicale de “L’Unità”, promotore di volantinaggio contro le amministrazioni comunali, sostenitore di movimenti di opinione. Pasquale Di Palma – come riferisce il Prof. Luciano Esposito – è stato simbolo di onestà, dell’incorruttibilità, dell’umiltà e della modestia, della tenacia nello sforzo di acculturazione, di liberazione dalla soggezione e della denuncia di ogni forma di prepotenza. Aveva nel cuor suo una grande speranza legata alla sua Città: “ una nuova classe dirigente, seria, onesta e preparata, che sapesse rimuovere la fiducia della gente e garantire parametri di convivenza, rispetto dei diritti e dei doveri, sviluppo economico e culturale”. E il Prof. Ciro Raia pensa che se ci fossero stati più “Pascale ò comunista”, ora Somma sarebbe stata un po’ diversa. Addio, Pasquale.
DOTT. AURELIO CERCIELLO (Bibliotecaio Comunale)
Pasquale era un compagno nel vero significato della parola. Dal latino medievale companio “Compagno” significa cum-panis, quindi colui con cui si spezza il pane. Nella cultura socialista, comunista, anarchica e in generale di sinistra (in Italia anche nell’ambito del Radicalismo, ovvero la sinistra liberale e laica) il compagno è un soggetto, un individuo come gli altri, ma un individuo che cerca di superare la propria individualità e cerca la propria realizzazione attraverso un progetto comune di tipo solidale e collettivistico. Il filosofo Jean-Paul Sartre ha parlato nel 1960 del cosiddetto gruppo-in-fusione che mira ad una finalità-progetto. Per Sartre, si è compagni solo se si ha un progetto comune da compiere insieme. Pasquale era tutto questo ed altro ancora. Buon viaggio, Pasquale.
PROF. DOMENICO PARISI (SINISTRA E LIBERTA’)
È morto il compagno Pasquale Di Palma.
Da comunista, lacerato interiormente dalle divisioni che si avviavano a frantumare il Movimento Operaio, sceglieva una strada diversa dalla nostra, nella forma ma non nei contenuti con i quali continuava a riempire le sue giornate di lotta per la dignità ed i diritti dei lavoratori. Nel dirgli addio per sempre, vogliamo ricordarne l’impegno politico e civile profuso ininterrottamente dal 1944 fino a pochi giorni fa quando, ultra ottantenne e minato dalla malattia, ancora si affannava in giro per il paese, per consegnare, ai compagni di sempre ed ai recenti amici, il libro delle sue memorie. Un testamento che adesso sta ai compagni che sono rimasti nel suo partito, così come nel nostro, accogliere e portare avanti.
RICORDO DEL PROF. CIRO RAIA da www.laprovinciaonline.info
Soffiava un insolito vento freddo per essere un pomeriggio di metà aprile. Era un vento dell’est, le cui folate accompagnavano il corteo funebre di Pasquale Di Palma, un uomo perbene, che solo con la morte aveva riconquistato l’appartenenza a un ceppo familiare. Infatti, per moltissimi anni, egli non aveva avuto mai un cognome; era stato sempre, per tutti, soltanto Pascale ‘o comunista. Che corrispondeva all’identità di un lavoratore (muratore) onesto, di una persona con la passione per la politica, per la partecipazione attiva e con il coraggio di metterci la faccia, con la fede in un’idea valida a riscattare i diritti dei più deboli. Pasquale era stato quello che oggi si definirebbe un veterocomunista, incardinato nella politica, quella vera, quella intesa come sacrificio, abnegazione, costruzione del futuro. Era stato segretario della sezione PCI di Somma Vesuviana, consigliere comunale e capogruppo, candidato (non eletto ma con grande successo personale, per il numero di voti riportati) alla Provincia e alla Camera dei Deputati, distributore domenicale dell’Unità, promotore di volantinaggi contro le amministrazioni comunali arroccate solo nei propri tornaconti, sostenitori di movimenti di opinione, stimolatore di aggregazioni nella locale Camera del Lavoro. Aveva preso la tessera del PCI nel giugno del 1944, in giovanissima età. Si era dedicato, da subito, all’organizzazione delle zone periferiche. Aveva cominciato a frequentare assemblee convegni politici e sulle parole dei giovani Giorgio Amendola e Abdon Alinovi aveva sposato l’idea del comunismo, quella che –a suo parere-poteva restituire dignità all’uomo e far respirare aria di rinnovamento al paese. Nel 1954 era diventato segretario della sezione; nel 1956 era stato, per la prima volta, candidato al Comune, risultando il primo dei non eletti. Durante la sua segreteria il PCI aveva fatto scelte coraggiose e pioneristiche. Proprio nel 1956, infatti, a Somma Vesuviana, c’era stato un accordo storico tra democristiani, socialisti e comunisti. Era stato allora che Giancarlo Paietta aveva celebrato il primo centro-sinistra (quello col trattino in mezzo!) d’Italia sulle pagine dell’Unità. E Diego Del Rio, all’epoca responsabile in Federazione degli Enti Locali, alla firma del protocollo dell’anomala giunta, si era tanto entusiasmato da dichiarare che, se solo parte del programma d’intesa fosse stata realizzata, Somma Vesuviana sarebbe diventata un punto di riferimento costante, un modello da seguire e imitare nella vita politica italiana. Altri tempi! Tempi in cui agli avversari politici si concedeva l’onore delle armi, il rispetto delle idee e dei valori di cui si era portatori. Quel laboratorio politico, purtroppo, non era durato a lungo. Il decisionismo di un sindaco perdurante, il democristiano Francesco De Siervo, non poteva sopportare il controllo continuo e puntuale di assessori di sinistra. Era, così, una politica che non pagava! Una politica che cominciava a giocare forte alla roulette del trasformismo. Molti compagni di sinistra, ideologicamente impegnati ma economicamente indigenti, venivano costretti –sempre più spesso- a cambiare sponda, pur di conquistare un posto di lavoro. Era una strada amara ma quasi obbligata. Ma non certo per uno dallo spirito ribelle e puro come Pasquale Di Palma. Il paese, intanto, a metà del secolo scorso, andava avanti tra stenti e privazioni. Alcune opere (anche importanti) venivano messe in cantiere ma erano sempre gestite dalle conventicole; il buco della discarica sul monte Somma si allargava sempre di più; i comunisti continuavano ad essere “quelli che mangiano i bambini”; la gente era combattuta dalla voglia di esporsi e dalla esigenza di poter lavorare solo se in odore di sacrestia. I santi e le madonne potevano più delle richieste di giustizia, di equità sociale e di rispetto dei diritti. “Addavenì baffone!” era un’ironica minaccia, talvolta, anche di sapore blasfemo. Era passato anche per altre esperienze progressiste Pasquale Di Palma. Come la giunta di sinistra (agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso), con socialisti e socialdemocratici, capeggiata dall’ingegnere Antonio D’Ambrosio. Una chimera! Di nuovo il trasformismo aveva trionfato, affidandosi a qualche transfuga o prezzolato. Dopo gli anni ’70, il PCI era ritornato all’opposizione. Allora era un PCI che andava forte nelle consultazioni politiche ma che non riscuoteva gli stessi successi nelle competizioni amministrative. Pasquale si dava da fare, si sbracciava, cercava il confronto, cercava di coinvolgere i giovani. Durante le campagne elettorali (quelle che richiamavano le folle e i partiti a contendersi la piazza grande del paese), senza i grossi fasti della politica spettacolo di un imminente futuro, Pasquale Di Palma era capace di coinvolgere uomini dalla statura di Maurizio Valenzi e Gerardo Chiaromonte, Egizio Sandomenico e Giorgio Napolitano. Egli stesso, d’altra parte, -il muratore dalle mani sporche di calcina- era diventato un buon oratore; perché era uno che sapeva parlare al cuore della gente, uno che conosceva i problemi quotidiani, uno che cercava di dare una mano concreta a tutti quanti soffrivano di disagio sociale, economico, culturale. E sempre senza ritorni personali. Aveva letto i classici del pensiero marxista Pasquale, con sacrificio, di notte, senza mai nulla togliere al lavoro -che gli spaccava la schiena- e all’impegno politico nella sezione o tra gli scranni del consiglio comunale. Qualche volta che sono stato a casa sua, Pasquale mi riceveva in una stanza zeppa di pubblicazioni “di sinistra”, di testi di Gramsci e Togliatti, di storie del PCI di Spriano, di ritagli di Rinascita e Unità. In un incontro di alcuni anni fa, di quando il PCI era ancora PCI e non altro, Pasquale mi aveva confidato di avere due grandi speranze: “Una, è anche una preoccupazione interna al PCI. Spero in un partito che non si dissangui nelle divisioni e riesca a costruire una grande forza di sinistra. L’altra è legata a Somma Vesuviana. Ed è che una nuova classe dirigente, seria, onesta e preparata rimuova la fiducia della gente e garantisca parametri di convivenza, rispetto dei diritti e dei doveri, sviluppo economico e culturale”. Recentemente, quando è venuto a mancare qualche personaggio locale, qualcuno che ha avuto, nel bene e nel male, in politica, nell’imprenditoria o in altri ambiti, ruoli di preminenza, solitamente c’è stato chi ha ripetuto: “se ne è andato un pezzo di storia del paese!”. Un modo di dire stucchevole. È vero, la morte rende tutti uguali ed ai morti bisogna portare rispetto. Ma ciò che si è stati in vita non può essere dimenticato con la morte. La propria storia, il proprio impegno fa la differenza. È come quando si dice che tutti i caduti nella guerra di Liberazione sono uguali. E non è vero, perché molti caddero per conquistare la libertà al paese, altri per negarla quella stessa libertà! Oggi, con la dipartita di Pasquale Di Palma se ne è veramente andato un pezzo di storia del paese. Di un paese che, uscito dalle macerie della guerra, aveva cercato di ricostruirsi, di darsi un’anima, di inventarsi un futuro. Di un paese che aveva dovuto confrontarsi con vecchie logiche di potere, con manfrine elettorali, con furbizie da preti, con manie di grandezze non rapportate alla propria economia, con sogni da dio e pensieri da mendicanti. Pasquale se ne è andato, come suo solito, in punta di piedi, con discrezione; dopo aver combattuto, per settant’anni e più, ingiustizie e iniquità; dopo essersi battuto, per settant’anni e più, per l’affermazione dei diritti di tutti, per la spinta alla partecipazione, per il trionfo della democrazia, per il rispetto delle leggi, per il primato della cultura, per una scuola laica, per la parità delle donne, per il rispetto per gli anziani, gli animali, l’ambiente, gli indigenti… Sarà, forse, anche per questo che soffiava un insolito vento freddo per essere un pomeriggio di metà aprile, quando una folla commossa ha salutato, per l’ultima volta, Pasquale Di Palma. Era un vento dell’est –quasi un messaggero dell’aldilà- che voleva accompagnare e traghettare nel mondo ultraterreno un vecchio compagno, un indomito ultimo comunista, un combattente di razza e di cuore. Ciao, Pasquale.
DOTT. LUIGI JOVINO da www.il mediano.it
Una persona normale fa meno notizia di un politico che ruba o di un camorrista impenitente. Le leggi dell’informazione spettacolo ci hanno abituato a questa equazione che ogni giorno viene coniugata con migliaia di cartelle, con eclatanti titoli di giornali, con foto e con video. Una persona perbene viene trattata anche peggio di una persona normale. Valgono a poco la coerenza, la fede sociale religiosa e politica e le buone azioni. Siamo abituati al peggio e certe virtù oramai vengono relegate tra gli stereotipi del passato; allo stesso modo dei “vecchi refrain che nessuno canta più”.
Io che vivo da 30 anni lontano da Somma, invertendo l’ordine degli interessi mediatici credo che invece oggi nella cittadina ai piedi del Vesuvio si dovrebbe parlare di Pasquale Di Palma, il vecchio comunista, deceduto stamattina. Una persona normale. Una persona perbene. Mi piace ricordare che nella sua lunga militanza politica il buon Pasquale fu accusato più volte di essere “il delatore che denunciava qualsiasi casa abusiva”. Non credo che Pasquale abbia mai fatto la spia. Non era nella sua indole docile e bonaria. Dovrebbe però far riflettere il fatto che nell’epoca del sacco del territorio, quando alla guida del paese erano i socialisti ed i democratici cristiani, Pasquale fosse, a furor di popolo, indicato come l’unico difensore di un principio di legalità.
Lo stesso dicasi per le raccomandazioni. I militanti del partito ancora ricordano la sua fermezza quando gli veniva chiesto un interessamento per sistemare qualche compagno. «I comunisti queste cose non le fanno», ripeteva il buon Pasquale Di Palma, attirandosi parecchie antipatie. La coerenza e la rettitudine morale erano però riconosciute da tutti. In diverse occasioni la città di Somma Vesuviana ha premiato l’umile comunista che per 50 anni ha diffuso casa per casa l’Unità, con una caterva di voti sia quando si è candidato alle Provinciali che alla Camera dei deputati. Ricordo ancora con meraviglia gli assessori democristiani che annunciavano pubblicamente il voto per il candidato del Pci, con l’orgoglio di farlo. Pasquale è stato unanimemente identificato come l’emblema della coerenza politica. Una persona modesta che si è dato da fare.
Ha passato tante notti sui libri di economia politica per svolgere al meglio la sua funzione di consigliere comunale ed ha studiato alle scuole serali per prendere la terza media. Insomma un lavoratore instancabile. Un perfetto servitore delle istituzioni. Un protagonista delle battaglie democratiche nella nostra città negli ultimi 50 anni. Un uomo aduso ad abbassare le spalle solo per portare il pesante fardello della “carriola” o dei massi quando ha svolto il duro lavoro del muratore.
Di Pasquale Di Palma ricordo con dolcezza il rapporto con il sindaco De Siervo. Si pungolavano, si combattevano senza esclusioni di colpi, ma si rispettavano profondamente. Quando con Pasquale e Luciano Esposito siamo andati ad esprimere la solidarietà dei consiglieri del Pci al sindaco De Siervo che aveva subito un attentato, ricordo una scena che al momento mi ha creato imbarazzo e fastidio. Pasquale ed il sindaco sono stati per minuti abbracciati. Sembravano Peppone e Don Camillo, in una foto rubata agli archivi di scena. E quando poco tempo fa ci siamo rivisti Pasquale mi ha parlato del funerale di De Siervo. Quasi piangeva.
Mi ha commosso, dicendo «Dietro alla bara non c’era nessuno. Con tanti favori che ha fatto, pochi si sono ricordati, ma io anche se stanco ed ammalato non potevo mancare». Pasquale era così. Un uomo di sentimenti. Mi ha dato il libro che ha scritto recentemente e mi ha espresso una preoccupazione. Sentiva la fine vicina e non voleva che la sua raccolta di giornali, di riviste e di libri politici andasse perduta. Avevamo pensato di presentare il suo libro il 25 aprile al Casamale, il rione che ha abitato ed amato. Pasquale, scuotendo la testa ha anche detto «Mi sembra troppo in là. Io non sto bene e….» non ha completato la frase per scaramanzia. Stamattina, per me la brutta notizia. Grazie Pasquale per l’esempio che mi hai donato.